San Giorgio, Morosini: "Recuperare la nostra identità per garantire il futuro ai giovani"

Immagine di San GiorgioOggi ricorre la festa di San Giorgio, patrono della Città di Reggio Calabria. Pubblichiamo di seguito l'omelia tenuta dall'arcivescovo di Reggio Calabria - Bova, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, nella chiesa di San Giorgio al Corso in occasione della Santa Messa con le autorità civili, politiche e militari.

1. La festa di S. Giorgio celebrata nella settimana di Pasqua con le letture bibliche che ci vengono proposte ripropongono a noi tutti il tema che con difficoltà riusciamo ad affrontare: il nesso cioè tra le celebrazioni dei patronati religiosi e il tema dell’identità cristiana. E siamo invitati a farlo dopo una tragedia, che materialmente si è consumata lontana da noi, ma che ripropone un problema che dovrebbe essere al centro del nostro dibattito culturale, morale, sociale e politico.

2. Pasqua è la festa per eccellenza dell’identità cristiana, perché dall’atto di fede nella risurrezione di Cristo scaturisce una valutazione diversa dell’esistenza dell’uomo, della vita e della morte, della concezione dell’uomo e dei valori che si mettono alla base della sua vita. Annunciando la morte e la risurrezione del Signore un uomo sa di dare un’impostazione particolare alla sua vita, alle sue relazioni affettive e sociali, alle istituzioni con le quali intende governare la sua vita. Chi prende sul serio questa festa sa di andare controcorrente perché viviamo all’interno di una cultura dominante, che, al di là delle apparenze di tolleranza e di libertà, ostacola fortemente questa identità. Ne sanno qualcosa tanti nostri fratelli di fede che in tante parti del mondo, anche nella nostra Europa e nella nostra Italia, se non corrono il rischio della perdita della vita, corrono il rischio dell’emarginazione sociale, culturale e politica, proprio perché credenti.

3. Le feste dei santi patroni nei nostri paesi continuano a a stare in piedi con le loro forme stantie, con i loro riti intoccabili, le loro tradizioni, spesso fuori da ogni vera identità cristiana. La nostra cultura oggi ha preso di mira, e a ragione, l’esibizionismo di gente legate al malaffare e alla delinquenza organizzata, che si mette in mostra nei riti popolari portando statue e venerando santi. Ma quante altre forme di religiosità solo esteriore continuano a mantenersi in vita senza una vera e propria identità cristiana.

4. Il Vangelo di oggi ci offre una chiave interpretativa dell’identità cristiana: è la ricerca di Gesù come Maestro e guida, che vediamo concretizzarsi in Maria di Magdala. In lei i cristiani di tutti i tempi hanno visto l’esempio di cosa voglia significare essere cristiano. Significa essere discepolo, essere uno che ha trovato in Gesù i valori su cui fondare l’esistenza. Lei aveva incontrato veramente il Signore e dopo quell’incontro era diventata un’altra donna. Alla tomba Maria piangeva il Maestro, colui che aveva ridato senso alla sua vita, quando aveva sparso le lacrime di pentimento. Ritrova vivo il maestro, che l’assicura che il rapporto aperto con lui continuava ancora, trasfigurato dalla risurrezione, che dava a lei e agli apostoli la garanzia che le difficoltà della sequela erano sopportabili, che la fedeltà all’identità di essere suoi discepoli era possibile. Chi lo avrebbe seguito con fedeltà sino alla fine si apriva alla prospettiva del trionfo finale presso Dio: salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.

5. Non c’è identità cristiana al di fuori di questa ricerca di Dio e del suo Figlio Gesù Cristo: tu hai parole di vita eterna. Mostraci il Padre e ci basta. Ma è proprio vero che dietro questi nostri patronati religiosi, la nostra gente ricerchi veramente Gesù Cristo e i valori cristiani con il desiderio di professarli, costi quel che costi? Non c’è vera identità al di fuori di questo mettersi in gioco seriamente per questa ricerca, come Maria, che era corsa al sepolcro. Non sono né crocifissi appesi ad un muro, né presepi tenuti polemicamente in mano a salvare la nostra identità, ma solo la ricerca appassionata di quella parola di vita eterna che noi vogliamo ascoltare da Gesù, con la quale egli ci offre gli orientamenti di vita, che noi vogliamo assumere per costruire le nostre famiglie, impostare le nostre relazioni, costruire le nostre aggregazioni ed edificare le nostre città?

6. La liturgia del tempo postpasquale ci fa leggere il libro degli Atti degli Apostoli, che ci racconta come si è sviluppata la ricerca di fede degli Apostoli dopo la discesa dello Spirito Santo a Pentecoste. Essi ritornano a ripensare agli anni passati con Gesù, a riascoltare le sue parole, a rivivere tutti i momenti passati con lui, spettatori di tante azioni del Maestro. Cercano di capire e di interpretare, per raccontare la loro esperienza, annunciare il messaggio udito, attualizzare nella società quanto dal maestro avevano imparato.

7. Da qui scaturisce il doppio appello di Pietro al popolo che lo sta ascoltando proprio il giorno di Pentecoste: Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo … Salvatevi da questa generazione perversa. La certezza di aver incontrato il Kurios, il Signore, il Cristos, l’unto, il salvatore, spinge Pietro e gli altri apostoli ad invitare i giudei che lo ascoltavano a fare quello che avevano rifiutato quando Gesù era in vita, cioè diventare discepoli, seguaci. Da quel rifiuto era scaturito la decisione di ucciderlo e di appartenere così alla generazione perversa, condannata da Pietro. Ogni volta che neghiamo i valori di Cristo noi facciamo precipitare la nostra generazione nella perversione: droga, prostituzione, corruzione, violenza ecc. L’identità cristiana sta in questa fuga dall’ambiente e valori di morte, nei quali siamo immersi e nei quali precipitiamo sempre più in nome di una libertà staccata dalla verità, di un consumismo sfrenato che ci isola nell’egoismo esasperato, che ci rende insensibili ai problemi e alle sofferenze degli altri, che ci chiude nella paura del futuro, che ci rende solo consumatori dell’attimo fuggente, visto che abbiamo rotto i ponti anche con il nostro passato.

8. L’identità cristiana la ritroviamo nell’annuncio pasquale di Maria agli apostoli: Ho visto il Signore. È l’atto di fede che noi dobbiamo fare in Gesù come Signore e Salvatore, così come Pietro ha esortato Pietro i Giudei che lo ascoltavano, in mezzo alla nostra generazione. Un atto di fede che significa accettare Gesù come maestro e il suo Vangelo come libro della vita. Questa ritrovata identità metterà al sicuro le future generazioni dai mali che oggi imperversano e ci fanno paura e ci fanno dubitare della possibilità di una speranza futura.

9. È l’augurio che faccio alla nostra città, che festeggia il suo patrono. Spero che l’immagine di S. Giorgio ci appaia profetica per quanto vi ho offerto con le mie riflessioni. Egli ci appare come colui che sconfigge il drago con la forza della sua fede. S. Giorgio sia patrono vero, nel senso che possa spingere la nostra città a recuperare la vera identità cristiana, che l’aiuti a liberarsi dalle catene dei problemi dalle quali è stretta. Che questa ritrovata identità l’aiuti a guardare ad un futuro di speranza, fondato sui grandi valori che sono stati alla base della nostra storia passata. Identità cristiana che l’aiuti a discernere qual è il suo vero bene fuori da ogni logica di interesse personale e di sudditanza alla cultura dominante. Identità cristiana che la renda capace di autodeterminarsi e ritrovare in se stessa la forza di reagine.

10. La celebrazione annuale della Pasqua ci ricorda che il bene si conquista con l’impegno: il chicco di grano caduto in terra muore, ma rinasce ad una vita più piena, che è quella della spiga. Nel versetto della sequenza abbiamo letto: mors et vita duello conflixere mirando, dux vitae mortuus regnat vivus. Sta al cuore dell’identità cristiana: Gesù ci ha salvati, dando la vita. Il cristiano sa che se vuole realizzare il bene deve sacrificarsi, deve dare anche lui la vita. E proprio quando gli altri pensano di poter celebrare la sconfitta della nostra fede, è allora che noi generiamo la nuova vita, come avvenne in Gesù: dux vitae mortuus, regnat vivus.

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