Occorre un cuore di bambino per incontrare il Re dei Re

ReMagi

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di don Tonino Sgrò
Il vangelo dell’Epifania è la celebrazione del “vedere”, non del “farsi vedere”; dell’”adorare”, non dell’adulare; dell’”offrire”, non del pretendere. Il Dio bambino appena venuto nel mondo è già capace di sovvertire le logiche di potere che regolano i rapporti umani, ma occorre un cuore come il suo, un cuore di bambino per poterlo incontrare e celebrare. È il cuore dei Magi, che mettono da parte la saccenza di chi nella vita ha cercato e trovato, e sanno cominciare da capo, come la piccola Angela, che si diverte nello svuotare la cesta dei suoi giocattoli per il gusto di riporli per l’ennesima volta sotto lo sguardo compiaciuto del papà.

È da una vita che questi saggi d’oriente scrutavano il cielo e non si erano ancora stancati; adesso riescono a cogliere la novità di una stella tra mille, forse perché brillava di una luce più viva o semplicemente perché “il partorito” non è un prodotto della forza e dell’intelligenza umana, ma il dono ultimo del cielo, quello prima mai visto. E siccome, come i bambini ci insegnano, i regali devono essere scartati, tastati, odorati e persino mangiucchiati anche se non sono commestibili, essi s’incamminano e colmano la distanza che li separa dal dono. Quando sono vicini, domandano a chiunque incontrino dove sia il bambino, rendendo così edotti gli ignari Giudei di una presenza inaspettata che essi intendono adorare, cioè portare alla bocca, vicino alla sommità del cuore.
Fa sorridere immaginare uomini saggi e distinti che chiedono a destra e a manca dove sia il re a un popolo che aveva un re potente fintanto che si appoggiava al più forte imperatore romano. Alla velocità di un battito di ciglia si sarà sparsa la notizia di questi dotti fuori di testa che cercavano un bambino improvvisamente insignito di un titolo regale; fuori di testa perché essi capiscono che la ragione deve andare oltre se stessa e aprirsi alla rivelazione del divino per accedere alla verità.
I magi non tradiscono la vocazione di guida del popolo che ogni sapiente dovrebbe realizzare, perché rendono partecipi tutti della loro sete di verità. Tuttavia Erode e Gerusalemme, piuttosto che lasciarsi travolgere da questo lieto annuncio, sono turbati dalla novità che viene loro offerta.
Il nuovo fa paura a chi ha qualcosa da perdere; non intacca invece la serenità di chi sceglie di perdersi nell’abisso della verità e dell’amore, non avendo nulla da difendere se non la libertà di consegnarsi a qualcosa di più grande. Eppure la Scrittura su cui gli uditori di quella novità puntavano gli occhi parlava chiaro: era Betlemme il luogo da cui sarebbe scaturita la vita, lo avevo detto un profeta! Niente, hanno orecchi e non ascoltano, occhi e non vedono, ma soprattutto piedi e non camminano verso un Dio a due passi da loro.
Tante volte anche noi abbiamo Dio vicino e non lo sappiamo o vogliamo riconoscere. Nel primo caso forse non è tutta colpa nostra, l’Erode di turno ci ha impauriti o manipolati e siamo prigionieri del suo potere tanto da temere di rimanerne schiacciati se osiamo ribellarci; nel secondo caso ci siamo trasformati noi in servi e complici del potere, perché ne abbiamo sperimentato gli illusori vantaggi. E come agisce il potere mondano? «Erode, chiamati segretamente i Magi», vuole irretire il bene, farlo entrare nelle sue stanze e sentire partecipe dei suoi meccanismi. È il tentativo di corrompere i buoni, i quali non possono fare altro che proclamare la verità e, senza prevedere fino in fondo le manovre occulte dei potenti, aspettare che Dio muova la storia verso la meta da Lui stabilita.
Il Signore è fedele, come la stella che ora riappare. Prima si era nascosta, perché «la ragione per un po’ si oscura davanti alla rivelazione, come le stelle davanti al sole» (Silvano Fausti); adesso i tempi sono maturi per la definitiva rivelazione di Dio che è sempre accompagnata da una gioia eccedente. Le parole non bastano a descriverla, la grammatica lascia il posto all’emozione del cuore e al dispiegarsi delle mani. Oro, incenso e mirra, averi, desideri e mancanze, tutta la vita umana, dalla sua origine divina alla sua conclusione terrena è davanti al bambino e a sua madre, segni inequivocabili che l’Amore è relazione che genera vita e non macchinazione di morte.
Dopo questa esperienza che costituisce la scoperta più radicale della loro esistenza, l’unica che li ha mossi verso una terra straniera, i magi torneranno al loro paese per la via nuova della gioia, con gli occhi pieni d’amore e il cuore liberato dalla paura dell’ignoranza e della violenza, come il cuore dei bambini.

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