Ascensione: la Trinità accoglie la nostra carne

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di don Tonino Sgrò.

I cambiamenti nella vita possono piacere o far paura, trovarci pronti o impreparati, essere scelti o subiti. Il passaggio di Gesù sulla terra aveva già determinato molti mutamenti in chi gli aveva creduto, soprattutto aveva trasformato l’immagine di Dio e dell’uomo, permettendo alla misericordia dell’uno e alla miseria dell’altro di incontrarsi nell’amore. Il cambiamento che si attua nell’Ascensione è ancora più marcato, perché chiede ai discepoli di camminare nel buio dell’assenza fisica di Cristo, lasciandosi guidare dalla luce della fede e non della visione.

Come avranno recepito questa novità? Già i discepoli vivevano l’incredulità dell’annuncio della risurrezione; su questo terreno arido, emblema di un cuore indurito dal dolore e dalla paura della morte, il Risorto affida loro il mandato di proclamare il vangelo e di battezzare per condurre alla salvezza chi crederà. È paradossale che tale compito sia affidato a gente divorata dal dubbio; eppure la fiducia del Signore nell’uomo è grande quanto la portata della missione: «tutto il mondo…ogni creatura» devono essere attraversati dalla lieta notizia, che non è altro che la continuazione dell’annuncio del regno iniziato da Gesù. Per compiere quest’opera è necessario «abbandonare le certezze, gli appoggi intellettuali, gli assetti religiosi praticati fino a quel momento, e di immergersi in altre culture» (Enzo Bianchi). Marco non ci dice nulla dei discepoli, di quello che pensarono, di quello che risposero; tuttavia me li immagino, immagino Pietro che raccoglie gli sguardi spaventati degli altri e, a nome di tutti, prova a obiettare, a far capire a Gesù che sono troppo pochi: come possono andare in tutto il mondo? Prova a spiegargli che non tutti sono bravi nel parlare: come potranno annunciare qualcosa di così grande davanti alle genti? Certo, il vangelo non riporta nulla di tutto questo, ma quello che Gesù dichiara sembra rispondere a tutte le domande e le paure dei discepoli. Infatti Egli dice «nel mio nome»: è nel mio nome che puoi andare in tutto il mondo e predicare; è nel mio nome che puoi fare quello che io stesso ho fatto, persino cose più grandi; è nella mia persona, non nella tua. Gesù non se ne va lasciandoci da soli a portare avanti tutto, ma è presente in modo diverso; quando ascende nello stesso tempo scende nella nostra intimità più profonda e agisce insieme con noi, agisce attraverso di noi. E ci conforta e conferma nella fede anche attraverso dei segni. Il più delle volte neanche ce ne accorgiamo, ma se per un attimo ci fermassimo a guardare i nostri passi, ci sorprenderemmo a vedere quanti segni della sua presenza ci hanno accompagnato.

Gli evangelizzatori saranno supportati da segni che indicheranno la natura soprannaturale della Parola: «scacceranno demoni», liberando i fratelli dal dominio del male; «parleranno lingue nuove», non solo perché vi saranno nella Chiesa fenomeni carismatici, ma per la capacità di comprendersi nella carità, superando ogni ambiguità; «prenderanno in mano serpenti», imparando a mettere mano alla propria debolezza dinanzi alle seduzioni del mondo. Ancora, «se berranno qualche veleno, non recherà loro danno», perché «non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro» (7,15); «imporranno le mani ai malati e questi guariranno», come profezia della guarigione integrale, cioè la salvezza eterna. Queste opere testimoniano la presenza di un mondo divino verso cui è in cammino la realtà umana. Con l’Ascensione, infatti, la realtà umana di Cristo, che assume e redime la nostra, è condotta nel cuore stesso della vita trinitaria. Toglie il fiato pensare che la Trinità immutabile si è messa addosso la nostra carne, i nostri sentimenti, li ha fatti diventare parte di sé. Questo non deve portare ad estraniarci dalla nostra realtà, ma ci fa cogliere come in ogni cosa creata vi sia una aspirazione a compiersi in Dio, per cui il compito del cristiano è riconoscere tale vocazione della creazione e aprirla oltre i propri limiti.

Gesù è Dio ma è anche il primo uomo che raggiunge il fine ultimo di ogni creatura: la comunione piena col Padre. Ha aperto così la strada a tutti, ha dato inizio alla nuova umanità. Quante volte ci affanniamo a cercare il senso della nostra vita, il senso di tante cose che spesso ci sembrano assurde! Oggi il Risorto ci risponde e dice che il senso è una direzione, il senso è arrivare fin dentro Dio e lì, finalmente, sostare, rimanere per sempre da figli, partecipando alla sua gloria.

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