Può l’amore essere comandato?

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di don Tonino Sgrò.

Gesù ci rivela il cammino dell’amore, che discende dal cuore del Padre come una cascata d’acqua viva, investe e irrora il Figlio, che estende il dono agli uomini. La ragione per la quale questo amore purissimo giunge fino a noi è un mistero di gratuità iscritto nella natura stessa dell’amore, che vuole comunicarsi per dare gioia all’amato e renderlo capace di produrre un frutto che rimanga. «Rimanete nel mio amore»: è questo il compito dei destinatari del dono; «osserverete i miei comandamenti» è poi l’unico modo per realizzare tale compito.

Quando leggiamo simili parole siamo tentati di pensare: ecco l’inganno, l’amore poteva essere così semplice e a portata di mano, e invece si parla di comandi, regole, imposizioni. Ma può l’amore seguire delle norme? Non abbiamo sempre detto che deve essere spontaneo, che deve essere lasciato libero altrimenti non è amore? Tuttavia quella di Gesù è una grande verità. Me ne accorgo semplicemente orientando lo sguardo sulla mia vita, sulle relazioni che la costituiscono. Ci sono delle regole non scritte che tutti conosciamo. Quando qualcuno le disattende ce ne accorgiamo subito e reagiamo con frasi del tipo “non mi ami, non ti importa nulla di me, altrimenti non ti comporteresti così”. E infatti chi può dire di essere un buon amico se non passa del tempo ad ascoltare l’altro, se non accetta l’invito a mangiare qualcosa insieme, se non è presente nei momenti belli come in quelli faticosi, se, in definitiva, non condivide la sua vita con quella dell’altro? Chi può dire di amare una persona se non ricorda gli anniversari, se non ha il desiderio di vederla, di conoscerla, se non la chiama solo per sentire la sua voce, se non la mette al centro dei suoi pensieri e delle sue attenzioni, se non le dona la parte migliore di sé e impara ad amare la parte peggiore di lei? Perché l’amore non è qualcosa di astratto, ma è profondamente concreto e si costruisce giorno dopo giorno. Non è un’illusione ma riguarda la vita reale dove gli sguardi, le parole, i piccoli gesti non sono delle opzioni ma dei veri e propri comandamenti sottintesi. Sono quelle linee guida che muovono le relazioni e le rendono sane, vere, belle, tanto che quando vengono a mancare la relazione ne risente, si diventa sempre più estranei e si finisce con l’allontanarsi per sempre. È vero che l’amore che Gesù ci chiede conosce delle vette altissime che, anche per chi non soffre di vertigini, non sono facili da raggiungere, come ad esempio il perdono del nemico. Tuttavia, oltre alla via delle ‘piccole regole non scritte’, per poter rimanere nell’amore è necessario contemplare la relazione di Gesù col Padre: «come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore». L’ha fatto Lui e, innestati in Lui come tralci alla vite, potremo esprimere una fedeltà all’amore che, anche se non è paragonabile a quella di Cristo, ne è l’imitazione. Il frutto di tale permanenza nell’amore e nei suoi comandamenti è la gioia. Il vangelo di Giovanni presenta questo tema in 3,29, quando il Battista si definisce l’amico che «esulta di gioia alla voce dello sposo»; in 14,28, in cui il motivo della gioia è il ritorno di Gesù al Padre; in 17,13, ove le parole di Cristo hanno come fine la nostra gioia. In una visione d’insieme, sembra proprio che il Padre, attraverso Gesù, non abbia altro desiderio che donare ai suoi figli una gioia perfettamente compiuta. Amarsi gli uni gli altri fino a dare la vita è contemporaneamente la via della gioia autentica e il contenuto del comando di amare. «Non ci chiede innanzitutto che amiamo lui, che ricambiamo il suo amore, amandolo a nostra volta. No, la risposta al suo amore è l’amare gli altri come lui ci ha amati e li ha amati» (Enzo Bianchi). L’amore presenta così una ininterrotta circolarità che dall’origine in Dio ci conduce al fine, cioè il volto dei fratelli, in cui è impressa l’immagine originale di Dio. Solo chi è amico di Cristo può comprendere ed entrare in questa logica, che ti permette di non essere più considerato servo, ma amico di Gesù. Se nella Bibbia il termine servo non è dispregiativo ma richiama un rapporto di collaborazione col disegno di Dio, «la discriminante tra l’essere servi e l’essere amici sta nella consegna di una rivelazione, nella confidenza di chi consegna una parola e mette al corrente, di chi rende l’altro partecipe del proprio segreto» (Luciano Manicardi). Il dare, prima ancora di ricevere o di riprendersi l’amore dato, è dunque la caratteristica del discepolo che si lascia riempire dall’amore di Cristo.

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