Conversione autentica, una strada possibile

desertoIl commento al Vangelo della Domenica a cura di don Stefano Ripepi

“Dice il Signore Dio: io sono l’alfa e l’omega, colui che è, che era e che viene, l’onnipotente!” (Ap 1,8), queste parole dell’ultimo libro della Bibbia ci rassicurano non solo sull’esistenza e l’identità di Dio, ma anche sulla sua volontà nei nostri confronti, sulla sua presenza in mezzo a noi.

È bello che “il terzo tempo di Dio” sia il “venire”, infatti, nell’espressione riportata, al colui che è, al colui che era ci saremmo aspettati il “colui che sarà”, ed invece, il colui che sarà corrisponde per Dio al “colui che viene”. Il “terzo tempo di Dio” è il tempo del venire, così come è stato rivelato storicamente al patriarca Abramo, prima della legatura di Isacco, che l’ha invocato come Jhwh El Olam: “E piantò un tamerisco a Bersabea e chiamò il nome del Signore Dio dell’avvenire” (Gn 21,23), in questo modo la rivelazione ha caratterizzato e caratterizza il futuro dell’uomo come il tempo in cui Dio viene. In corrispondenza a questo tempo, qualificato dalla venuta di Dio, lo stesso tempo dovrebbe essere qualificato dall’uomo dall’attesa. Ci capita ogni giorno di vivere momenti di attesa, di un tempo che deve passare, il più delle volte tentiamo di far passare questo tempo occupandolo, si parla di tempi morti, che devono essere rivitalizzati attraverso l’occupazione di qualcosa che ci sia utile o quantomeno ci distragga. Il tempo della venuta di Gesù non è un tempo che deve essere riempito né occupato, ma un tempo che va vissuto e qualificato poiché è un tempo voluto da Dio stesso, necessario all’incontro, un tempo di preparazione al cui centro ci sono colui che viene colui che attende. La preparazione, infatti, nasce dall’interazione razionale del h“veniente” e dell’”attendente”.
Se nella prima domenica di Avvento il tempo era caratterizzato dalla vigilanza, e non si ha vigilanza se non c’è qualcuno che viene e in corrispondenza qualcuno che attende, nella seconda domenica, essendo il tempo caratterizzato dalla conversione, non c’è conversione se non c’è qualcuno a cui volgersi e qualcuno che si volge. La conversione non è un atto automatico dell’uomo e nemmeno un percorso di progressiva coscientizzazione, ma la risposta necessaria a quello che Dio opera e realizza con la sua venuta. È questa la sintesi la sintesi della parola che ci viene donata in questa seconda domenica di avvento dell’anno A. Il profeta Isaia ci parla della venuta del Messia, “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici”, ci indica le azioni che compirà il Messia e gli effetti di queste azioni. Su di lui si poserà lo Spirito del Signore e attraverso questo “giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisione eque per gli oppressi”. Tutta la creazione sarà beneficata da questo agire, la giustizia e la pace regneranno tra gli uomini e tra l’uomo e la natura, non ci sarà spazio per il male perché la saggezza del Signore riempirà la terra.
Questa descrizione è talmente bella che l’uomo pensa che si possa solo desiderare e sperare, in realtà ciò a cui siamo invitati non è il desiderio ma la conversione, la conversione a Cristo e a ciò che lui ha realizzato, e l’annuncio del Battista lo conferma; la conversione è necessaria perché il regno di Dio si è avvicinato. Le sue parole sono autorevoli e credibili perché egli, così come viene descritto dall’evangelista Matteo, è il nuovo Elia, colui che doveva venire prima del Messia. Egli si è recato nel deserto perché in quel luogo tutti i profeti avevano invitato il popolo a preparare la via del Signore. Egli con autorità che viene da Dio può indicare la necessità della conversione. Non è possibile appartenere a questa nuova realtà, il regno dei cieli, se non si opera una vera conversione, coloro che pensano di avere un diritto particolare su di essa propiziato dalle proprie origini razziali, “Abbiamo Abramo per padre”, s’ingannano pesantemente. Tutti coloro che vogliono entrarvi debbono accettare un rinnovamento radicale, un Battesimo di acqua e di Spirito. Non è possibile entrare nel regno di Dio tentando di sottrarsi all’ira imminente, si possono confessare i propri peccati, ma se questi peccati non vengono rimossi non è possibile produrre frutti buoni e la scure è già alla radice di ogni albero che si sottrae alla potatura. Per una società rinnovata serve un uomo nuovo. Giovanni Battista può solo annunciare questa novità, Gesù, invece, con la sua dignità e potenza la realizza. Egli battezzerà in Spirito Santo e fuoco, egli è l’unico modo con cui Dio manifesta e realizza la sua via, la sua giustizia e la sua pace. La nostra conversione allora, in corrispondenza si realizza nel momento stesso in cui decidiamo di non sottrarci all’ira ma di invocarla: “Vieni Signore, re di giustizia e di pace”.

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