In cammino...verso la comprensione di Cristo

La sequela di GesùIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
L’insegnamento ha la funzione di farci riflettere, di porre un confronto, di portaci a una scelta, ci mette davanti con qualcosa che non conoscevamo, su qualcosa che ci era stato detto ma che oggi diventa necessario, che bisogna accettare, che richiede una preparazione perché sia vissuto nel modo giusto.

L’insegnamento aiuta il cammino, ma è parte stesso del cammino perché il piede e i passi poggiano su questo terreno. Nel cammino verso Gerusalemme Gesù istruiva i suo discepoli, Gesù non informa, non ordina ma istruisce, comunica ciò che è necessario per proseguire il cammino, per arrivare a Gerusalemme per accogliere quello che succederà nella città santa. È un’istruzione che riguarda Lui, la sua morte la sua risurrezione, è un’istruzione che riguarda loro, apprendere la sorte del Figlio dell’Uomo non è una semplice informazione, in essa non si legge un modello da imitare ma una persona da seguire che diventerà norma per il discepolo. Il Figlio dell’Uomo traccia per ogni uomo il cammino della vita, esponendosi ai suoi fratelli, l’uomo di Dio non ha altra sorte che quella di un’esistenza consegnata nelle mani degli uomini, consegnata alla morte e destinata, oltre la morte, a risorgere.
L’evangelista Marco non ci priva di della reazione dei discepoli e ci racconta che “Essi non comprendevano queste parole e avevano paura di chiedergli spiegazioni”, questa frase è tutta per il lettore che in un processo dì identificazione con il discepolo inizia a chiedersi il perché aprendo la strada della sua crescita e della sua risposta. L’incomprensione rende “Questa parola” più preziosa e più intrigante, perché è stata trasmessa, va al di là della comprensione del singolo, supera il momento presente e si pone nell’oggi di ognuno di noi. È una sciarada, cioè possibile capirlo solo se si accosta a qualcos’altro. “Avevano timore di interrogarlo”, che cosa sarebbe successo se avessero avuto il coraggio di chiedere spiegazioni? La necessità posta al lettore di dare una risposta a questa domanda chiede allo stesso lettore di guardare con attenzione alla reazione silenziosa e nascosta dei discepoli. Di scavare in fondo non solo sulla logica nascosta del discepolo ma sulla capacità di Gesù di entrare in questo silenzio attraverso una catechesi drammatizzata, che gli permette di insegnare per gradi successivi, in cui non solo il dialogo ma anche il tacere ha la sua funzione. Ci fa capire, infatti che quello di cui stavano discutendo lungo la strada è per loro un limite non solo nel comprendere ma soprattutto nell’affrontare una realtà per loro necessaria.
Apparentemente l’argomento della loro discussione è diverso da quello che ha detto Gesù, ma guardando le cose più da vicino tutto è strettamente collegato, coloro che hanno paura d’interrogare Gesù sul suo destino si dimostrano preoccupati dal loro rango. Coloro che non osavano interrogare si vedono ora interpellati, vengono istruiti dall’insegnamento di Gesù. L’insegnamento di Gesù fa riferimento alla discussione che i discepoli avevano tenuto lungo la via: “chi fosse il più grande”, e si sviluppa attraverso due detti che incastrano un gesto esplicativo di Gesù. Il tema è l’accoglienza.
I discepoli attraverso i loro gesti, le loro parole e i loro silenzi manifestano una grande difficoltà ad accogliere nella loro vita il Messia che Gesù ha rivelato, in modo particolare fanno fatica ad accettare l’idea un Messia sofferente, il discorso che fanno testimonia il desiderio nascosto e naturale di essere e di emergere. Vengono taciuti, almeno per il momento i criteri secondo i quali uno dei discepoli è più grande dell’altro, in questo modo il narratore include tutti i parametri che oggi noi usiamo per stabilire la grandezza di un uomo, ne avesse elencato qualcuno ci sentiremmo autorizzati a proporre tutti gli altri. L’istruzione di Gesù, invece, in modo esclusivo e positivo definisce l’unico criterio ed esclude automaticamente tutti gli altri.
La grandezza del discepolo si gioca non su quello che ha, né su quello che fa e neppure su quello che è, ma su come accoglie Gesù e la sua passione. Il detto di Gesù viene illuminato ed esplicitato dal suo gesto, accogliere un bambino significa accogliere qualcuno che non ha niente da darti in cambio, se non per il legame e l’appartenenza a qualcuno. Così facendo lega strettamente la sua persona a quella del Padre, l’accoglienza della passione deve essere fatta nell’accoglienza della volontà del Padre, accettata come dono. Diventa così chiaro che l’accoglienza illumina il primo detto “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”, entrare attraverso l’accoglienza nel percorso nel percorso salvifico di Gesù e nel suo dono che raggiunge il suo culmine nella passione e morte. Ed è proprio questa dimensione di dono e di servizio che rende grande la persona e il suo stesso essere.

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