Accogliere il Vangelo: conversione per l'annuncio

La Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Pescatori di uominiIn un tempo storico come quello che stiamo vivendo non basta prendere coscienza del pericolo vicino alla nostra vita ma abbiamo bisogno di riconoscere le vere cause e trovare soluzioni di speranza, si eleva, opportuno e quasi spontaneo, dal profondo del cuore biblico il grido d’invocazione a Dio: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie”. Un grido che vuole diventare l’abito del cristiano, che Dio ascolta e a cui risponde con le parole della liturgia della III domenica del tempo ordinario.


A prima vista sembrerebbe che il tema unificante delle letture sia quello della semplice conversione, intesa come cambiamento di condotta morale, ma se proviamo a leggere in profondità e a comparare la prima lettura e il vangelo ci accorgiamo che non c’è solo questo.
Entrambe le pericopi sono costruite su due frasi, in una di queste c’è l’invito alla conversione, in Giona solo indirettamente, ma se nella prima lettura lo scopo della conversione è di conservare la città attraverso la trasformazione dei cittadini, nel vangelo la trasformazione umana è funzionale per entrare nel regno di Dio.
“Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta”, la parola di Dio portata da Giona sotto forma di minaccia rivela una realtà, un pericolo e indica una via per evitare il pericolo: la conversione, e così che la percepiscono gli abitanti di Nìnive che presentano l’unica opera capace di far ravvedere Dio, la conversione dalla loro condotta malvagia.
Il vangelo di Marco per la prima volta ci presenta Gesù che parla, dopo che Giovanni Battista e il Padre hanno parlato di Lui ora Gesù “venne in Galilea predicando il vangelo di Dio”, colui che annuncia e che è il soggetto della frase seguente annuncia un altro Soggetto che determina ciò che vuole dire, la proclamazione non riguarda una cosa e neppure un contenuto circoscritto, ma un avvenimento operato da Dio. Il grande annuncio del v. 15 (“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è giunto; convertitevi e credete al Vangelo”) ha la forma di una frase in quattro proposizioni, due verbi al perfetto e due imperativi al presente collocati in testa ricevono tutto il peso della comunicazione, i verbi al perfetto (tempo che indica che l’avvenimento ha avuto luogo e perdura nel presente) dicono il vero contenuto del kerygma. Il kairos (momento dell’intervento di Dio) si è ristretto, la storia non è più chiusa in un passato lontano ma si sperimenta ora, “Il regno di Dio è giunto”, Dio come re è entrato nella storia, Gesù rende il presente il regno e chiede che lo si riconosca e questo suppone due cose all’imperativo: la conversione e la fede.
La conversione, in generale, richiede un cambiamento di modo di vivere, una scelta in cui ci si apre a uno spirito nuovo, si opta per la vita e contro la morte, secondo Dio e con Dio, e questo è possibile solo se si crede nell’evento vittorioso del Vangelo. Gesù che passa esprime l’inafferrabile ed è tipico dell’uomo spirituale e di Dio stesso, non si può che seguirlo, mai precederlo, Gesù che vede, esprime la capacità di Dio di afferrare la realtà umana per trasformarla, è questo che interessa comunicare all’evangelista, come narratore tralascia ogni considerazione psicologica, nessun accenno alla perdita del salario per un “mestiere” che non comporta nessuna promessa di rimunerazione, nessun’esitazione o obiezione sull’incapacità del chiamato, ma si concentra sulla promessa di trasformazione da parte di Gesù, che forse è l’unica cosa a operare la conversione e suscitare la fede.
Il discepolo le realizza nel “subito, lasciate le reti, lo seguirono”, mostrando, in questo modo, la conversione e la fede in ciò che è proprio nell’uomo: la sequela. Dovranno fare ciò che Gesù stesso fa, passa vicino al mare non per pescare ma per “catturare” gli uomini nella rete del regno.

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