La Chiesa, specchio della comunione della Trinità

TrinitàIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
“Avevano con lui alcune questioni relative alla loro religione e a un certo Gesù morto che Paolo sosteneva essere vivo” (At 25,19). Quello che Luca ci racconta nel suo secondo scritto non è altro che l’esperienza concreta dell’apostolo e lo esprime anche con queste parole: “Perché la legge dello Spirito, che dà la vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rm 8,2).

Questa è l’esperienza di chiunque ha incontrato Gesù e ascoltato le sue parole: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla, le parole che vi ho detto sono spirito e vita”, questa dovrebbe essere l’esperienza concreta del cristiano che attraverso la vita in Cristo sperimenta la vita e la comunione trinitaria e in questa pone ogni suo possesso e ogni suo bene. All’uomo che desidera la pienezza della vita e pone, invece, la sua speranza nell’avere e nell’individualità pretesa da questo possesso, la parola di Dio risponde con l’essere nell’amore di Dio e con il dono della comunione, da cui questo è costituito e che porta con sé. Perché se vogliamo dirlo brevemente, l’essere della Santissima Trinità non è altro che vita e la comunione continua.
Gesù è l’unica e piena manifestazione del Padre, questa rivelazione è così grande e così “pesante” che richiede all’uomo una corrispettiva capacità. Un peso eccessivo può schiacciare colui che nel momento in cui lo riceve non ha la forza per sopportarlo. Nascono all’interno di questa logica due bisogni: da una parte la necessità di rivelare tutta la totalità della verità trinitaria, dall’altra l’esigenza di rendere questa manifestazione “accoglibile”. La risposta a entrambi i bisogni è il dono dello Spirito Santo, la morte in croce e la risurrezione di Gesù producono il perdono dei peccati e la nuova vita nello Spirito. Questa nuova realtà rende capace l’uomo di accogliere e contenere la pienezza della verità di Dio. La novità non è qualcosa che non appartiene a Gesù o qualcosa che lui non può dare, anzi, è proprio lo Spirito che Gesù dà che rende capaci di comprendere tutto quello che Gesù ha detto e ha fatto. In questo modo, nella ricezione spirituale della sua vita terrena si capisce la natura della sua identità: la figliolanza divina.
È grazie a questa natura, comunione con il Padre, che quello che viene detto non è solo suo, ma anche e contemporaneamente del Padre, poiché nella comunione, in questo rapporto speciale e grazie a questo legame, l’avere è radicato nell’essere e nello scambio di quello che si è. È nello scambio eterno di reciproca appartenenza che si realizza il “possesso” reciproco, l’avere in comunione, la “proprietà di Dio”. Nel momento in cui lo Spirito rende capace l’uomo di portare il peso del “carico di Dio”, allora l’uomo scopre l’intimo legame tra il Padre e il Figlio, per questo Gesù dice “Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà”. Che cosa può dire a noi lo Spirito, quale verità ci può rivelare? Che Gesù è il Figlio di Dio, che il Padre ama il Figlio e che il Figlio ama il Padre, questo legame di reciproca appartenenza è tutto quello che sono, tutto quello che hanno e in questo possiedono la totalità: “Tutto quello che il Padre possiede è mio”. In questa comunione, nell’amore reciproco “possiedono” ogni cosa e invitano a possedere ogni cosa.
Si capiscono meglio, e nello stesso tempo ci fanno capire meglio altri due passi del vangelo. Il primo tratto dalla I Lettera ai Corinzi in cui Paolo vuole comunicare ai suoi destinatari che la divisione tradisce la loro fede e che non è necessaria divisione per possedere qualcosa, anzi, poiché tutto c’è dato in Cristo l’unica cosa di cui c’è bisogno è la comunione con lui: “Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. (I Cor 3,22).
Queste parole di Paolo ci rimandano a un passo del vangelo secondo Matteo che oltre ad allargare la nostra comprensione ci esorta all’azione: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, ed io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero” (Mt 1,28-30). La solennità della santissima Trinità, infatti, non è solo la possibilità della comprensione del mistero di Dio, ma l’invito ad accedere a questa grazia per vantarci nella speranza della gloria di Dio, una speranza frutto della tribolazione, della pazienza e di una virtù provata per essere in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.

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