La forza della fede e la gratitudine: il lebbroso guarito ringrazia Gesù

lebbrosoIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
La forza della parola e la capacità di ascoltare, di credere e di riconoscere i suoi effetti, è un processo di fede che porta alla salvezza. All’inizio non abbiamo coscienza di questo potere, è il bisogno, l’occasione per dare spazio alla parola e dare inizio al processo. La storia di questo processo non è storia passata, non è storia di un possibile futuro, ma storia di un presente reale, questo presente viene concretizzato dalla parola che ci dona che ci regala la XXVIII domenica del Tempo Ordinario di questo anno liturgico.

Quelle che sembrano due ordinarie storie di malattia, di guarigione e di scelta dello straniero sono in realtà sempre storie di una parola che corre e di un cammino di fede che accoglie nell’ascolto, nell’obbedienza e nel ringraziamento di questa parola.
Nessun gesto, nessuna invocazione particolare ma solo la parola di Dio, che percorre la sua strada. Quando l’autore del secondo Libro dei Re presenta il comandante Naaman sottolinea il suo valore di generale che aveva dato salvezza agli Aramei, ma che nella sua grandezza non poteva fare nulla contro la sua malattia (1Re 5,1-2). Davanti a questa impotenza una ragazzina, a servizio della moglie, apre uno spiraglio a Naaman e alla parola di Dio. Tutta l’umanità, anche quella che si ritiene potente, e forse a causa della sua presunta potenza, può porre grossi ostacoli all’agire di Dio come bene esprime il Re d’Israele quando pensa che qualcuno gli chieda di fare qualcosa che è riservata esclusivamente a Dio: “Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi ordini di liberare quest’uomo dalla sua lebbra” (5,7). Chiude a sé stesso la possibilità di, senza pensare che Dio abbia costituito qualcuno capace di fare questo, Eliseo è stato costituito profeta proprio per questo, per dire una cosa semplice in nome di Dio. Non è l’immersione per sette volte nel Giordano a guarirlo, ma perché questa indicazione è stata data dall’uomo di Dio, dentro le sue parole c’è la volontà di Dio, così come riconosce Naaman attraverso la sua professione di fede: “Ebbene, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”, riconosce l’unico Dio e riconosce il luogo della manifestazione di Dio. Il gesto di portare con sé la terra rivela questa nuova conoscenza.
La salvezza che Naaman non poteva dare a sé stesso si è manifestata in Israele, la salvezza piena è definitiva viene offerta agli eletti da Gesù Cristo: “perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna” (2Tm 2,10). La salvezza che Gesù ha rivelato e donato con la potenza della sua parola nella sua vita terrena, permette a chi oggi ne ha bisogno di attingere. Mentre Gesù sta andando a Gerusalemme attraversando la Galilea e la Samaria gli vengono incontro dieci lebbrosi che da lontano gli chiedono aiuto. La scena è semplice, i movimenti e le parole sono essenziali, necessari a comunicare il processo tra la richiesta di misericordia iniziale e la salvezza finale, la parola “lebbroso” non necessita di ulteriori specificazioni per descrivere la situazione di bisogno. Emarginati dalla comunità, i lebbrosi potevano stare insieme e condividere la condizione di malattia e solitudine. Anche in questa situazione estrema rimane la speranza che almeno Dio possa porre fine a questo stato doloroso. La supplica rivolta a Gesù manifesta l’estremo bisogno, ma possiamo chiederci se nello stesso tempo non manifesti la fiducia di essere esauditi? L’espressione con cui si rivolgono a Gesù lascia aperta la domanda: “Gesù maestro, abbi pietà di noi”, infatti da una parte mette in evidenza la richiesta di misericordia, dall’altra qualifica Gesù come maestro. L’intervento di Gesù è essenziale, “andate a presentarvi dai sacerdoti” e si pone un passo più avanti. Potevano presentarsi al sacerdote solo coloro che erano guariti, per avere l’attestazione dell’avvenuta guarigione e le relative indicazione da soddisfare. Nelle parole di Gesù ci sono insieme l’accoglienza della richiesta di aiuto e il potere di esaudire la richiesta stessa, per questa guarigione non è richiesto niente ai lebbrosi se non di saper cogliere la fonte della guarigione stessa. Sembra così semplice, ma in un mondo così concentrato sull’uomo e sulle sue capacità abbiamo perso anche questo, riconoscere l’intervento di Dio che ha esaudito la nostra richiesta, “Ma l’uomo nella prosperità non intende, e come gli animali che periscono. Questa è la sorte di chi confida in sé stesso, l’avvenire di chi si compiace nelle sue parole” (Sl 49,13-14).
L’unico lebbroso che torna rappresenta l’eccezione per il lettore e lo stimolo di fare altrettanto, l’uomo vedendosi guarito non si ferma a ciò che aveva chiesto e aveva ottenuto ma proprio questo lo spinge a tornare indietro, lodare Dio e ringraziare Gesù. La parte finale della pericope è molto interessante, composta da un’osservazione dell’evangelista e dalla conclusione di Gesù. “Era un Samaritano”, è una categoria etnico-religiosa inclusiva, a tutti è data la possibilità di operare questa riconoscenza, così come rivela Gesù aprendo l’opera della sua misericordia a tutti senza esclusione. Ma quello che colpisce di più è l’osservazione finale: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”, Gesù distingue la guarigione fisica dalla salvezza, ma nello stesso tempo pone tra di loro un legane, per arrivare alla salvezza, in questo caso, è necessario prendere coscienza dell’opera di misericordia e dalla guarigione operata da Gesù e ringraziarlo. Tutto questo viene definito da Gesù con una semplice parola: fede.

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