La comunità, il confronto che conferma

La comunità, il confronto che confermaIl commento alla parola della Domenica a cura di Don Stefano Ripepi
Nell’identità del cristiano la sequela di Cristo e l’appartenenza alla comunità ecclesiale hanno un ruolo fondamentale e nello stesso tempo sono strettamente legate tra loro. La vita quotidiana è il luogo dove in un confronto con l’altro possiamo verificare quest’identità, conoscere meglio queste due e dimensioni e sperimentare la forza del loro legame. La parola di Dio della XXVI domenica del tempo ordinario nella sua ricchezza ci aiuta a verificare in la presenza e la crescita di questo legame.


Nell’esodo il popolo d’Israele oltre che bisognoso di cibo e acqua aveva necessità di una guida, il Signore si conduce il suo popolo attraverso i suoi prodigi e attraverso il suo servo Mosè, ma nella sua libertà e soprattutto nella sua grande misericordia il Signore non limita se stesso nel donare il suo Spirito ad altri, questo dono non deve suscitare la gelosia, ma la lode perché come giustamente fa notare Mosè, ogni dono spirituale non è per il singolo ma un bene per tutta la comunità: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore, e volesse il Signore dare loro il suo spirito”. Lo stesso tenore ecclesiologico è presente nel brano evangelico.
La pericope marciana, narrativamente è collocata nella seconda parte della sezione del “Cammino”: Gesù si trova in cammino verso Gerusalemme e sta istruendo gli apostoli riguardo il discepolato. È bene ricordare che il narratore precedentemente ci ha fatto notare che i discepoli stanno seguendo Gesù solo fisicamente, che sono nell’incomprensione e per bocca di Pietro si sono opposti alla missione di Gesù ragionando come satana. L’appellativo stesso “Maestro”, con cui Giovanni si rivolge a Gesù indica che il legame tra loro e Gesù non è vissuto nella pienezza. Gesù interdice che si interdica e lo fa attraverso alcuni argomenti. Il primo composto da alcune sentenze positive mira a dare fiducia nel suo nome come forza benefica che opera al di là della comunità e di rimando per il bene della comunità che non deve temere nulla da parte di simili taumaturghi. “Chi non è contro di noi, è per noi” è la chiave generale che permette di distinguere coloro che non si devono temere, considerare una persona che si appella al nome di Gesù mia alleata anche se la sua condotta è un po’ diversa dalla tua.
Il detto ha, dunque, una portata ecclesiologica ed indica la relatività di ogni appartenenza a un gruppo con una determinata pratica. “Chiunque …… non perderà la sua ricompensa”, anche la più piccola considerazione per la vostra persona non sarà sprecata. Gesù chiede i discepoli di fare un passo avanti, dopo aver chiarito che altri possono agire come loro nel suo nome, indica quale deve essere il rapporto con loro, il caso estremo della positività consiste nel minimo rispetto per il nome che portano i membri della comunità.
Il secondo argomento, per contrasto rispetto al primo, ci fa capire cosa non giova alla comunità Ancora una volta ritorna “Chiunque” (confrontato con i versetto 37), che fa riferimento all’accoglienza di Gesù. Ora i piccoli vengono qualificati come quelli “che credono [in me]” e quindi il riferimento è a quelli che sono di Cristo. Accogliere Cristo significa anche non scandalizzare, far cadere, uno di questi piccoli. Tra il l’argomento in positivo e quello in negativo c’è un legame stretto, lo scandalo, in questo caso non è legato ad una cattiva testimonianza a livello morale, ma impedire ai piccoli di entrare nella comunità. Il discepolo di Gesù non può impedire al germe che è stato seminato da Gesù stesso, di crescere. La parola di Gesù mira a risvegliare la vita spirituale e la comunità deve accoglierla e farla crescere, non soffocarla. La mano, il piede, organi legati all’azione sono guidati dall’occhio che guarda e giudica. Gesù sta invitando il suo discepolo ad avere uno sguardo diverso verso tutti coloro che ascoltano la parola di Gesù e agiscono nel suo nome, anche se per ora non fanno parte del suo gruppo.

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