La gioia: partecipazione alla vita di Dio

Domenica della GioiaIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
“Gaudete”, gioite, è questo l’annuncio della terza domenica di avvento, una gioia che non solo viene annunciata ma anche offerta nella partecipazione a quello che Dio costruisce per noi ma soprattutto a quello che Dio è per noi, poiché la gioia è partecipazione alla vita stessa di Dio per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo. A tutti, prima o poi è capitato di vedere ridere dei bambini, guardandoli non sai e non potrai mai sapere il motivo della loro gioia, di solito non riesci a capire chi dei due ha iniziato a ridere e ha contagiato l’altro, l’unica cosa evidente che gioiscono nutrendosi della gioia che comunica l’altro.

Con le dovute proporzioni, è un po’ questo che ci vuole partecipare la liturgia della Parola della III domenica di Avvento, Dio che si avvicina diventa causa della nostra gioia, l’uomo accogliendo quest’annuncio si prepara, permette al processo di partecipazione di continuare e dà la possibilità a Dio di portare a compimento il suo dono affinché la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena (Cfr. Gv 15,9-17).
La gioia è il tema unificante nel brano del profeta Sofonia: il testo può essere diviso in tre parti, nella prima c’è l’invito alla gioia, nella seconda parte il motivo e nell’ultima parte le conseguenze della gioia. Quello che colpisce è che nella lingua originale l’autore per parlare della gioia usa ben cinque termini diversi, questo ci fa capire la ricchezza del contenuto e nello stesso tempo le sfumature della comunicazione, della partecipazione e dell’espressione. All’inizio del brano al versetto 14, infatti, c’è l’invito a manifestare la gioia attraverso tre verbi che indicano: “Mandare grida di giubilo” il primo; “applaudire, prorompere in ovazioni”, il secondo; “fare festa esteriormente” il terzo che, accostato a cuore, ci fa capire che la gioia esteriore deve manifestare quella interiore. I tre imperativi nello stesso tempo vogliono esprimere la medesima cosa ma hanno bisogno l’uno dell’altro per farlo pienamente. Il versetto 15 definisce il motivo della gioia attraverso tre azioni che il Signore ha compiuto per il suo popolo: ha revocato la sua condanna, ha disperso il suo nemico, è in mezzo a loro e non vedranno più la sventura. La gioia puntuale procurata da un intervento divino acquista la sua pienezza divenendo permanente attraverso la presenza di Dio, non solo nel presente ma anche nel futuro. L’espressione “Il Signore in mezzo a te” viene ripresa nella terza parte in cui le conseguenze delle azioni di Dio diventano uno stato permanente per il popolo, ed è questa la parte più bella della profezia, in cui il Dio potente si rivela nello stesso tempo un Dio “Gioioso”. A livello formale il versetto 17b riprende il versetto 14 poiché ai tre imperativi rivolti al popolo, corrispondono tre futuri che hanno come soggetto Dio, nello stesso tempo c’è una corrispondenza con il versetto 15 perché le azioni di Dio hanno come oggetto il popolo. In questo caso sono azioni permanenti (carattere duraturo dell’azione), i due verbi che esprimono la gioia di Dio formano una piccola inclusione il cui al centro emerge l’azione che causa continuamente la gioia: “Ti forgerà con la sua gioia”. Anche Dio gioirà per noi se ci lasciamo forgiare dal suo amore.
Con questa gioia negli occhi e nel cuore possiamo guardare la pericope evangelica, che come prima cosa chiede di essere contestualizzata. All’inizio del capitolo Luca ci aveva fatto vedere come nelle vicende umane irrompe la parola di Dio che costituisce il Battista come profeta per preparare la strada al Messia (3,1-6), nei successivi versetti (7-10) Giovanni inizia ad annunciare l’ira imminente di Dio e la conversione come unica strada per sfuggire a tale collera. Una conversione che secondo l’immagine del versetto 9 ha come contenuto e meta il “portare frutti”.
Nella prima parte del brano mediante colloqui è descritta la conversione nella dimensione concreta, ci vogliono cammini reali perché il cambiamento possa rendersi concreto nella vita di ogni giorno. Alle folle Giovanni non propone nessun ideale di povertà ma il comandamento di amare il prossimo, perché nessuno in Israele si trovi nel bisogno (Dt 15,4), anche i pubblicani e i soldati vengono esortati, nessuno è escluso dal pentimento, Giovanni parla loro di un’etica della giusta acquisizione dei beni e del buon uso del denaro, condividere senza diventare povero e non esigere più di quanto è stato convenuto formano una sorta di duplice comandamento, per Luca la cupidigia è in realtà il peccato numero uno e l’obbedienza a questo duplice comandamento consente di sfuggire all’ira di Dio. Le parole di Giovanni fanno crescere nel popolo l’attesa e sorgere nel cuore la domanda riguardo al Messia. Il Battista nega il suo statuto messianico attraverso due indicazioni: la differenza di dignità e quella del battesimo. Giovanni presenta se stesso come chi, secondo la consuetudine della casa antica, quando il padrone ritorna gli scioglie i lacci, egli è il servo di colui che è più forte (Cfr. Gen 32,18; Dn 9,4). La descrizione del Messia avviene attraverso categorie apocalittiche, il suo compito sarà di dividere il frumento dalla pula, la sua stessa persona sarà criterio di distinzione per riconoscere i frutti nella spiga. “Con queste e altre esortazioni annunciava al popolo la buona novella” (V. 18), grazie a Giovanni il popolo ritrova il contatto con la parola di Dio che è buona perché annuncia il dono della gioia e perché richiede all’uomo la conversione.

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