La Misericordia in un abbraccio

L'abbraccio del Padre MisericordiosoLa Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
«Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Non preoccupatevi dunque dicendo; ”Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?” Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, sa che ne avete bisogno. Cercate, invece, anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Cfr. Mt 6,25-34). “Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, ad abbandonare la condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità.” (Cfr. Ef 6,20-24).


Che cosa dicono all’uomo di oggi, in modo particolare a noi cristiani cattolici, queste parole tratte dal Nuovo Testamento e che tante volte abbiamo letto o sentito? In un mondo in cui le sfilate di moda e i programmi sul cibo occupano i primi posti nelle riviste, nella televisione e su ogni altro mezzo di comunicazione, in cui le modelle, gli stilisti e gli chef sono le professioni più ricercate, ha senso parlare di giustizia? Pensare che il cibo e il vestito siano la via e la meta della santità?
Occupati e preoccupati della novità del cibo e del vestito terreno non riusciamo a gustare più la novità della misericordia di Dio. Solo chi ha sofferto la sete conosce il gusto dell’acqua. Solo chi ha avuto fame apprezza il sapore del pane. Solo chi ha provato la solitudine e la miseria può comprendere il valore dell’accoglienza. Solo chi ha preso coscienza della colpa verso un altro che lo ama, scopre la felicità del perdono. Preoccupati di rivestire Cristo con i nostri pregiudizi e di nutrirlo con le nostre categorie, come i farisei e gli scribi ci siamo tolti anche la possibilità della fame e della sete e non ci resta che chiederci: “Chi sono i pubblicani e i peccatori?" e “Perché Gesù mangia con loro?” Allora scopriremo che la parabola di Luca (15,1-3.11-31) che Gesù racconta è per noi. Perché solo prendendo coscienza della realtà di peccatori, possiamo sperimentare la novità della misericordia del Padre. La possibilità che c’è data è nello stesso tempo unica e duplice, duplice perché possiamo ritrovare la fragilità umana in uno dei due figli o in entrambi, unica perché la misericordia capace di accogliere i figli, che hanno commesso e commettono errori diversi, senza nessuna condizione la possiamo trovare solo nell’unico Padre, Dio.
Tra le tante cose, la parabola non si sofferma sulla descrizione concreta del peccato come trasgressione di una legge, né tantomeno rivela la causa per cui il figlio minore va via, ma manifesta con forza il motivo per cui Padre lo accoglie, che è lo stesso per cui il figlio maggiore è invitato a entrare, perché è Padre. Ed è questo il punto cruciale dell’argomentazione della parabola, se, infatti, entrambi i figli si sono rapportati, con i fatti e con le parole, al Padre come se fosse un padrone, il Padre nemmeno per un momento, con i gesti e le parole ha smesso di essere Padre. Con arte il narratore manifesta le relazioni tra i membri della famiglia. Le frasi che indirettamente definiscono la relazione che va dai figli al Padre sono caratterizzate dai verbi dare, non essere degno e servire: “Dammi la parte di patrimonio che mi spetta”; “Non sono degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”; “ Ecco io ti servo da tanti anni e tu non mi hai dato un capretto per far festa con i miei amici”. Le frasi che descrivono la relazione che va dal Padre verso i figli hanno un unico verbo da cui dipendono tutti gli altri, il verbo essere: “Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”; “Figlio tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio e tuo”.
La necessità che spinge il Padre a fare festa non è il vitello o il capretto, come afferma il figlio maggiore che confonde il motivo con lo strumento, ma la presenza del figlio. La festa, infatti, è solo l’espressione della gioia condivisa che il Padre prova quando vede il figlio: “Mentre era ancora lontano, il padre lo vide e ne ebbe compassione. Gli corse incontro, gli si getto al collo e lo baciò”. Il vestito, i sandali e l’anello sono solo il segno della dignità di figlio che il padre gli ha ridato attraverso ciò che solo l’umanità di Dio può fare. È da notare, come fortemente caratterizzante, che se da una parte il Padre tende, quasi adattandosi, ai figli prendendo l’iniziativa, uscendo da casa per andare incontro ai figli, dall’altra non cede nemmeno di un centimetro per quanto riguarda la sua natura di Padre. Al figlio maggiore non propone nessuna concessione compromissoria che possa in qualche modo intaccare il suo ruolo di Padre o condizionare l’accoglienza dell’altro figlio, ma lascia aperta la porta di casa.

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