L'uomo tra "male-essere" e Speranza

Il commento alla Parola della Domenica
Il malessere dell'uomo verso la Speranzaa cura di don Stefano Ripepi

Quante volte ci siamo detti o abbiamo detto: “Ha somatizzato” intendendo che un problema, una difficoltà, un dispiacere è stato assunto dal nostro corpo e causato un dolore, ci ha fatto sentire un dolore fisico. Ma si può “pneumatizzare” il dolore che nasce dal corpo? Sembra proprio di si! È quello che capita a Giobbe, così come raccontato nella I lettura di questa V domenica del tempo ordinario: la perdita dei beni materiali, dei figli e soprattutto la malattia lo inducono a considerare la vita dell’uomo uguale a quella di uno schiavo e addirittura a perdere la speranza di rivedere il bene.


Oggi per indicare questo stato si parla non di malattia, non di male-essere, male di vivere, che non è solo una malattia del corpo o dell’anima: è il male dell’uomo.
Gesù è venuto e viene a guarire questo male, a curare l’uomo integrale, non solo il corpo, non solo l’anima ma la persona, e in momenti diversi e in modi diversi svela quest’attenzione. Nei versetti 21-28 del Vangelo di Marco Gesù libera un uomo posseduto da uno spirito immondo solo con la forza della parola, non avrebbe potuto fare altrimenti, giacché lo spirito non si può toccare; nei versetti 29-31 guarisce la suocera di Pietro senza parlare, semplicemente toccandola, e come lo spirito impuro lascia l’uomo obbedendo alla parola, la febbre lascia la donna obbedendo al tocco di Gesù.
L’evangelista, così, ci dà un primo spaccato del ministero pubblico di Gesù, già nel primo giorno di attività esplicita l’annuncio della buona novella, la guarigione e la liberazione dell’uomo. I primi due eventi raccontati sono esemplificativi.
La predicazione, l’annuncio del Vangelo, è strettamente legata allo “scacciare i demòni”, e apre, nel momento stesso in cui avviene, uno scontro, l’oggetto del contendere è la liberazione dell’uomo, lo strumento della contesa è la parola; lo spirito, infatti, non ha nessun altro potere se quello della parola, ma è un potere forte basato sulla capacità di conoscere l’identità e sulla possibilità di convincere attraverso l’inganno.
Il riferimento all’Antico Testamento e al racconto degli inizi è evidente: il serpente seduce Eva solo attraverso la “capacità” della sua parola facendo leva sulla conoscenza della fragilità umana e sulla presunta e ingannevole conoscenza dell’identità di Dio.
Davanti a Gesù le cose cambiano, non c’è solo la fragilità dell’uomo ma l’umanità del Figlio di Dio, il demonio rispettando la sua natura cerca di rivelare la sua identità perché è l’unica cosa che può fare, attraverso questo gesto non vuole ingannare Gesù, sa che non è riuscito a farlo nelle tentazioni, ma l’uomo.
Ecco perché Gesù impedisce di parlare i demòni, perché non sono adatti a rivelare l’identità di Dio, giacché la loro parola pur essendo forte è ingannatrice; la testimonianza della natura di Dio è affidata esclusivamente a Gesù, l’unico che può rivelare pienamente il Padre poiché non solo lo conosce, ma a Lui è stato affidato questo compito, e la predicazione del Vangelo è lo strumento di questa rivelazione.
Questa conoscenza di Dio che rende idoneo Gesù alla pienezza della comunicazione è curata e nutrita, secondo l’evangelista Marco, attraverso la preghiera, e dalla preghiera emerge una necessità che trova nella proclamazione del Vangelo l’unica norma di espressione; la stessa necessità che spinge Paolo quando dice: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. Pur essendo libero da tutti, l’apostolo si è fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero, si è fatto libero per accogliere la libertà che porta il Vangelo, quella liberazione che un tempo anelava Giobbe e che oggi desidera ogni uomo e che il Vangelo esprime per noi in quel “Tutti ti cercano”.

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