Il Re e i desideri del suo popolo

Cristo PantocratoreIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Quali sono i nostri desideri? Dio offre ora una risposta. Sì, Dio risponde alla nostra speranza.
Ha creato attraverso Gesù Cristo un mondo di amore e di pace nel quale ogni uomo troverà il suo posto.
Vuole farci vivere una pienezza.


Ma ciò non è avvenuto come lo avevamo desiderato, né come ce lo aspettiamo. La manifestazione della regalità di Gesù è frutto non di un’idea umana, ma di un disegno di amore di Dio che è diventata storia per costruire la regalità umana.
“In quel tempo, disse Pilato a Gesù: «Tu sei il re dei Giudei?»”, com’è strano il prefetto romano, colui che ha la massima autorità, che interroga Gesù sulla sua identità regale, cosa intendeva Pilato, e cosa intendiamo oggi quando parliamo di re, regalità, di regno?
“Sono forse giudeo?” Che cosa intendevano i giudei? La storia della salvezza ci ricorda che tra le attese e la natura della regalità c’è una certa distanza, che solo Dio può colmare.
Ogni volta che Dio la rivela, l’uomo la mette in discussione come avesse timore di affrontare la fatica che l’accorciarsi di questa distanza comporta.
Nell’Esodo Dio libera il suo popolo, lo conduce nel deserto e lo fa entrare nella terra promessa, eppure il popolo non è contento e senza difficoltà lo sostituisce: “Gli anziani d’Israele vennero da Samuele a Rama.
Gli dissero: «Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non camminano sulle tue orme.
Stabilisci per noi un re che sia nostro giudice, come avviene per tutti i popoli» ” (1Sam 8,4-5).
“Il popolo rifiutò di ascoltare la parola di Samuele e disse: «No! Ci sia un re su di noi.
Saremo come tutti gli altri popoli, il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie» ” (1Sam 8,19-20).
Quanto sono vere queste parole per un pseudo cristianesimo che si vuole adeguare alle esigenze del mondo!
Quante volte affidiamo all’uomo il giudizio sulle nostre dispute e la vittoria delle nostre battaglie?!
Abbandonare Dio non significa solo rinnegarlo ma anche non accogliere la sua guida e la logica della sua regalità.
Una regalità che nasce da un’educazione del desiderio umano.
“La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me, che cosa hai fatto?”.
Ecco che cosa ha fatto dall’inizio del suo ministero pubblico. “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino.
Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15).
Queste sono le prime parole che Gesù pronuncia nel secondo vangelo, da una parte hanno valore programmatico poiché annunciano il progetto del ministero di Gesù, dall’altra sono già l’inizio di ciò che annunciano.
La regalità di Dio, il suo modo di guidare governare il mondo si sono manifestate e sono presenti in mezzo all’umanità nella persona di Gesù.
Tutto il vangelo può essere letto come un’esplicitazione di queste parole.
Così attraverso le parole e i fatti il vangelo ci parla di “Venuta del regno”, “Regno di Dio in mezzo a noi”, “entrare nel regno”, “Accogliere il regno”.
La vita e la storia di Gesù diventano un invito a prendere coscienza di questa verità, una chiamata alla conversione, di cambiare vita attraverso lo svuotamento: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli….
Beati i perseguitati per giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3-10).
Ma è arrivato il momento in cui il Re e il regno vogliono aprire le loro porte, Dio ha aperto una strada.
La via ci ha condotto alla soglia, la porta è aperta sulla vita e il dono della vita testimonia la verità.
Mentre eravamo occupati a combattere e a giudicare le cose di questo mondo è arrivata la chiamata di Gesù.
“Seguitemi e vi farò diventare pescatori di uomini”, con gioia ed entusiasmo abbiamo lasciato tutto (forse) e lo abbiamo seguito, quanti dubbi, quanta fatica per capire che cosa significhi “diventare pescatori di uomini”.
Quante incertezze e quante resistenze, quante volte avremmo voluto rimproverarlo.
Sì ti abbiamo seguito, ma ogni giorno ci siamo chiesti: “Perché?”.
La strada, le parole, i gesti, la sua vita hanno minato le nostre certezze, hanno svuotato i nostri possessi, hanno spogliato le nostre logiche, e così, senza niente, liberi di avere paura e di non poter contare su noi stessi siamo giunti sotto la croce.
Qui il Figlio ci ha condotto a rendere testimonianza al Padre, qui si comprende cosa significa “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).
Sotto la croce comprendiamo che solo la tua vita donata ha aperto le porte de regno, qui possiamo sperimentare qual è la differenza tra il regno di questo mondo, dove il re comanda i suoi sudditi per mantenere il suo potere, e il “Tuo regno” dove il “Re” consegna la propria vita per servire i suoi servitori: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli, li farà sedere a tavola e si metterà a servirli” (Lc 12,37).
“Chiunque è della verità, ascolta la mia voce”, questa espressione che poteva sembrare di difficile comprensione e staccata da ogni contesto può diventare pericolosa, alla fine del percorso di sequela, sul Calvario rivela tutto il suo contenuto.
Essere dalla verità non significa condividere un’idea e farla diventare punto di forza per prevalere sugli altri, ma sentire l’attrazione del Padre (Gv 6,44), ascoltare la voce del Figlio e in una continua e progressiva sequela poter dire con Paolo: “Per me vivere è Cristo morire è un guadagno” (Fil 1,21).
“Ascolta la mia voce”, significa condividere e partecipare della sua regalità, glorificare nel proprio Cristo nella nostra vita e nella nostra morte (Cfr. Fil 1,20).

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