Capire chi è il Signore costruisce conversione

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di don Stefano Ripepi.

Quando, in ambito sociale, si parla di promessa, di impegno e di contratto legato solo all’espressione verbale, abbiamo paura, la semplice parola di per sé non costituisce una garanzia, un’espressione esterna che possa manifestare con certezza la reale e sincera volontà interna, e inoltre non costituendo un impegno vincolante permette a uno dei due contraenti di tornare indietro.

È vero che molte volte anche l’impegno scritto o il pegno dato in garanzia possono essere discussi e non costituiscono una garanzia assoluta, ma la parola apparentemente è ancora più labile. Diventa non solo garanzia ma anche motivo di orgoglio vantarsi di aver dimostrato con i fatti concreti la volontà e l’impegno preso, anzi, è l’unica cosa che conta non solo nell’apparire ma anche nell’essere, cioè il singolo rivendica una certa identità e onorabilità perché è stato capace di dimostrare con i fatti la sua affidabilità e credibilità.

Questa pretesa ci può essere in alcuni casi anche nel campo religioso, e nello specifico della religione cristiana, poiché ci sono brani del vangelo che letti in modo riduttivo si prestano a questo tipo di lettura. È il caso di una parabola che Gesù racconta e che viene riportata dal vangelo di Matteo (21,28-32). La pericope è brevissima e costituisce la prima delle tre parabole inserite nelle controversie tra Gesù e i suoi avversari nel recinto del tempio a Gerusalemme. Staccata dal contesto, così come viene proposta dalla liturgia, e come molte volte viene erroneamente letta, ci potrebbe condurre a leggere il brano solo dal punto di vista morale-esistenziale, sottolineando appunto che alla fine quello che conta nella vita è fare. Il racconto, invece, ha primariamente un valore spirituale di rivelazione che può essere colto solo se lo si legge nel contesto in cui è inserito. Come abbiamo detto questa parabola viene raccontata da Gesù in occasione delle controversie, ed esattamente come aggiunta alla risposta che egli dà ai sacerdoti e ai capi degli anziani riguardo la sua autorità. La loro non è una domanda generica, ma una reazione a ciò che Gesù aveva fatto mettendo in discussione il loro modo di gestire lo spazio del tempio. I sacerdoti e gli anziani gli chiedono: “Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?”. La risposta di Gesù non è lapidaria, né vuole esprimere un giudizio, ma elaborata e mira a un percorso di conversione, per questo ha bisogno risalire all’inizio e di fare riferimento alla figura di Giovanni Battista (Cfr. cap. 3). In termini chiave, in questo capitolo, sono giustizia e conversione, tutti sono chiamati a convertirsi per entrare nella giustizia di Dio, in un certo senso anche Gesù entra in questo cammino quando prima del suo Battesimo dice al Battista: “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia.”. Adempiere la giustizia in questo caso significa fare la volontà di Dio. Quando Gesù interroga i suoi interlocutori sul significato del Battesimo di Giovanni, non vuole solo argomentare ma invitarli a fare un percorso, a mettersi in discussione. Ed è proprio in questo che falliscono, poiché invece di aprirsi all’invito si chiudono nel calcolo sterile dell’autodifesa. A questo punto è necessario chiarire i termini del confronto e far capire che il rifiuto è una scelta libera, non condizionata dalla mancanza di rivelazione e neppure dall’oscurità del messaggio. La parabola diventa l’unico strumento dialogico-argomentativo che ti permette di staccarti dalle tue chiusure e di emettere un giudizio che ti apre alla decisione e all’azione.

Ciò che gli avversari di Gesù stanno mettendo in questione è la fonte dell’autorità di Gesù. Gesù risponde che poiché l’autorità viene da Dio, ha autorità solo chi fa la volontà di Dio. Nella sua brevità la parabola ha una doppia funzione, da una parte far capire che l’autorità che rivendica Gesù viene dal suo legame con Dio Padre, che lui ha testimoniato fin dall’inizio facendo la sua volontà, dall’altra mettere i suoi avversari nelle condizioni di iniziare un percorso di conversione. Come abbiamo detto lo scopo della parabola non è quello di emetter un giudizio di condanna ma di fare emettere un giudizio personale che costituisca l’inizio della conversione. Se il primo figlio da una parte ci può indicare Gesù che compie la volontà del Padre dall’altra diventa un paradigma di conversione per ogni credente. L’attenzione del narratore, infatti, non è volta a specificare i termini del comando-invito e neppure quelli della risposta-obbedienza, ma di fare vedere che tra questi due si pone sempre una necessità di adattamento, che noi chiamare pentimento o conversione, ma che il termine greco metamelētheis tradotto alla lettera ci obbliga a rendere con “Cambiò ciò che gli stava a cuore”. Da questo punto di vista Gesù ha autorità perché divenendo uomo, continuamente adeguandosi alla volontà del Padre (“Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna”), cambia continuamente ciò che gli sta a cuore. A conferma di ciò basta ricordare quello che dice nel momento più duro della sua passione nell’orto degli ulivi: “Padre mio, se esso non può passare senza che io lo beva, si compia la tua volontà” (Mt 26,42). Gli interlocutori con la loro risposta, indirettamente ma chiaramente, affermano la verità che Giovanni aveva detto su Gesù. Dopo questo giudizio tutto si gioca sulla fede e diventa importante l’ultima frase: “Voi pur vedendo, neppure dopo vi siete piegati a credere in lui”. I termini che vanno sottolineati sono: “pur vedendo”, “neppure dopo”, questi diventano testimonianza concreta che quello che il Battista aveva detto di Gesù si è reso visibile. Non voler credere a ciò che si è manifestato chiaramente indica durezza di cuore davanti alla volontà di Dio e mette i sacerdoti e gli anziani dietro le prostitute e i pubblicani, nell’ingresso del regno di Dio.

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