Quando il cuore è cieco...

Il commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Accecati dalla brama di ottenere ciò che vogliamo ci concentriamo su ciò che è urgente e secondario, se lo otteniamo, sperimentiamo la sua inutilità e la sua incapacità di soddisfare i nostri bisogni, se, invece, non riusciamo ad appagare il desiderio, ci areniamo nella frustrazione intensificando il valore di qualcosa che oggettivamente non né essenziale né importante.
Presi da questo meccanismo abbiamo bisogno di qualcosa o meglio di qualcuno che nella semplicità, che nasce dalla necessità, guarisca il nostro sguardo affinché possiamo vedere realmente ciò di cui abbiamo bisogno: scoprire l’essenziale.


In questa situazione d’incomprensione di ciò che è veramente importante, si trovano gli apostoli che sgomenti e impauriti (Mc 10,32) e nello stesso tempo confusi stanno seguendo Gesù solo fisicamente.
“Mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli …” è l’ultima occasione per qualcuno che è costretto a restare, ma anche l’ultima occasione per qualcuno che va che continua a “seguire” il Maestro, è l’ultima possibilità per capire cosa significa veramente “Seguitemi e vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17).
Si comprende così l’indicazione, apparentemente superflua, del narratore che specifica senza necessità, poiché il nome stesso lo rende comprensibile, che Bartimeo è il figlio di Timeo.
L’indicazione, infatti, è per il lettore che sa che l’unica volta in cui l’evangelista ha riferito la paternità è stata al capitolo uno, versetto diciannove e riguardava proprio i figli di Zebedeo che nel momento della chiamata stavano riassettando le reti.
Questa specificazione chiede di guardare ciò che viene raccontato non come un semplice miracolo ma come una vera e propria chiamata.
Costretto dalla sua cecità Bartimeo, stava seduto lungo la strada, non solo a mendicare ma ad attendere, poiché la sua disabilità gli impone quest’atteggiamento, un’attesa che si scopre piena di significato poiché nel momento in cui sente che passa Gesù Nazareno, come se lo avesse aspettato da tanto tempo si mette a gridare: “Gesù Figlio di Davide abbi pietà di me”.
Il passaggio dal “Gesù Nazareno” al “Gesù Figlio di Davide” ci fa capire come l’ascolto della fede conduce al grido della fede, alla sua confessione e alla preghiera di supplica.
L’opposizione dei molti non basta ad arginare la potenza della fede.
Chiamato da Gesù, lascia la sua unica sicurezza (il mantello) e si presenta davanti a Lui.
Ed è qui, in questo momento che Marco ci fa ricordare che le parole di Gesù sono uguali a quelle che poco prima aveva rivolto ai figli di Zebedeo (Mc 10,36): “Che cosa vuoi che io ti faccia?”.
In questo caso la richiesta è totalmente diversa per il progetto che le parole stesse contengono, poiché Bartimeo chiede l’unica cosa di cui ha veramente bisogno.
La sua richiesta è semplice e richiama alla mente le severe ingiunzioni di Gesù ai discepoli: “Avete occhi e non vedete” (Mc 8,18).
Qui un cieco che sa di esserlo e chiede l’unica cosa di cui ha bisogno.
Ha bisogno di vedere per poter seguire Gesù, come ci dimostrano le parole del narratore che chiudono il brano: “E prese a seguirlo lungo la strada”.
Queste parole non solo concludono la pericope ma diventano fonte di rivelazione per il lettore che scopre finalmente che cosa è necessario per seguire Gesù.
La fede che nasce dal bisogno si trasforma in attesa capace di ascolto di Colui che passa, sa cogliere l’attimo per gridare e professare la fiducia nella potenza e nella bontà del Figlio di Davide, è capace di chiedere l’unica cosa necessaria e nel momento in cui la ottiene, attraverso questa, legge il paradosso tra il “Va, la tua fede ti ha salvato” di Gesù e il “Prese a seguirlo per la strada”.
In un istante Bartimeo realizza la felicità che cercava il tale ricco, avendo lasciato tutto quello che aveva, il mantello, amato da Gesù che gli ha dato l’unica cosa che gli mancava, un cieco può fare tante cose ma non riesce a seguire una persona, finalmente può liberamente seguire Gesù.

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