Se alle parole seguono i fatti...

Pescatori, lago di TiberiadeIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Non sono le parole ma i fatti che contano! Le azioni confermano le parole e le rendono credibili. Solo chi ascolta può agire, le parole illuminano i passi. Quante sono le dinamiche all’interno del legame tra parola e azione? La nostra comunicazione, ma anche la nostra vita, si gioca necessariamente sulla capacità di armonizzare di volta in volta, di situazione in situazione la priorità dell’una sull’altra. Questa indicazione non viene solo da un’esperienza di vita ma soprattutto da un riferimento evangelico. Nel vangelo, infatti, in alcuni casi le azioni, i miracoli, danno autorità alla parola annunciata, in altri le azioni, gli eventi aprono a una discussione, a una riflessione che chiede apertura di cuore e inizio di un nuovo cammino. Nei vangeli sinottici prevale la prima modalità in Giovanni la seconda.


Naturalmente ogni racconto comunica contenuti e modalità proprie, Gv 21,1-19 può essere un esempio efficace a riguardo. A una prima lettura il dialogo tra Gesù e Pietro sembra abbia solo un contatto progressivo-narrativo con ciò che lo precede, in realtà c’è anche uno stretto legame teologico-spirituale. Le tensioni testuali presenti nella prima parte richiedono una luce che in parte viene data dalla seconda parte, nello stesso tempo ci permettono di elevare a un livello superiore lo stesso dialogo evitando il rischio di una lettura banale. L’inizio del brano ci dà un primo punto di appoggio per la lettura del testo, quando il narratore ci informa: “In quel tempo Gesù si manifestò di nuovo ai suoi discepoli sul mare di Tiberiade”, ci dà un’indicazione precisa, quest’apparizione vuole aggiungere qualcosa alle precedenti, e questa novità è legata all’esperienza che Gesù ha vissuto con Pietro e gli altri discepoli in quel luogo. Per alcuni aspetti il brano sembra ricalcare Lc 5,1-11: il luogo, la mancata pesca, la parola di Gesù, la rivelazione, la chiamata e la sequela. Gli elementi sono gli stessi, ma le persone non sono più quelle, Gesù è morto ed è risorto e i discepoli hanno sperimentato quest’evento. Quanto questo deve orientare la loro vita e la loro missione? Le indicazioni emergono in modo sottile dalle tensioni presenti nel testo, in modo particolare dalla prima cui poi sono collegate le altre. Perché Gesù si presenta sulla riva e chiede da mangiare? In questo caso la richiesta non vuole togliere i dubbi riguardo alla risurrezione del corpo, ma ci orienta verso una ricerca diversa, la richiesta di Gesù chiede al lettore del vangelo di tenere conto, almeno a livello allusivo di alcuni brani evangelici: Gv 4,31-38; Gv 6 e Mt 25,31-46.
In particolare deve risuonare forte Gv 4,31-38, mentre i discepoli erano andati in città a fare provvista di cibo, Gesù aveva incontrato una donna samaritana al pozzo di Giacobbe e con lei era entrata in dialogo, tornati, non chiedono niente ma pregano Gesù: “Rabbì, mangia”. La risposta di Gesù apre un significato nuovo alla loro supplica: “Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete”, “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato a compiere la sua opera”. «Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che biondeggiano per la mietitura”, “Io vi ho mandato a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Il Gesù che chiede da mangiare allude a Mt 25,35.40: “Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; Tutto quello che avete fatto a uno di questi fratelli più piccoli l’avete fatto a me”. Gesù prolunga nei piccoli della Chiesa il suo bisogno di mangiare e chiede ai discepoli di saziare questa fame, questa richiesta fa prendere coscienza ai discepoli, e oggi alla chiesa, l’impossibilità di sfamare il bisogno di un “cibo” da soli. Ecco il primo intervento di Gesù, quel “tipo di fame” può essere saziata solo dall’intervento e dalla parola di Gesù: “Gettate la rete dalla parte destra e troverete”. Il trovare permette ai discepoli e alla chiesa di riconoscere il Risorto che continua a guidare la loro missione. Il riconoscimento permette di giungere al “Banchetto”, si spiega così la seconda tensione testuale: “Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane”. La fame di Gesù e una fame diversa, è una fame di amore, è una fame che vuole estendersi nei suoi discepoli, che per questo devono rendersi disponibili ad accogliere questa fame di amore. Ciò è possibile nella misura in cui si prende coscienza non solo della mancanza di cibo ma della “fame” stessa. Il “Figlioli, non avete nulla da magiare?”, si trasforma in “Venite a mangiare”.
Il dialogo tra Gesù e Pietro si fonda, esplicita e conferma ciò che è avvenuto, le domande di Gesù riguardo alla capacità di amare fanno capire all’apostolo e agli altri che nonostante la buona volontà senza l’unione con la Vite e il suo amore è impossibile pascere il suo gregge. Quando “Pietro” finalmente capirà la necessità di farsi lavare i piedi dal “crocefisso” e di farsi cingere la veste del Risorto allora sarà possibile diventare pescatore di uomini.

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